Quanto è riparatrice la giustizia riparatrice?

Quali prospettive per la mediazione? Riflessioni teoretiche ed esperienze operative (What prospects for mediation? theoretical reflections and practice), Museo Criminologico, Rome, 20-21 April 2001.

Ci sono certe cose che diamo per scontate:

  1. che il crimine è un’offesa contro lo stato

  2. che le persone che commettono i reati dovrebbero essere punite

  3. che la punizione è una responsabilità e un monopolio dello stato

  4. che le decisioni su come trattare gli autori di reato dovrebbero essere prese dai funzionari statali mediante un processo legale formale.

Ciò che è straordinario relativamente alla Giustizia Riparatrice (GR) è che essa sfida tutte queste supposizioni: essa vede il crimine non come un’offesa contro lo Stato ma come un danno a persone e rapporti. Invece di punire i delinquenti, la giustizia implica la riparazione del danno causato dal crimine. La vittima e il reo possono partecipare attivamente al processo. La comunità può sostenere la vittima ed aiutare il reo ad adempiere agli accordi presi per la riparazione del danno.

Nel sistema convenzionale la vittima e il reo non sono in grado di raccontare l’accaduto a modo loro, e ancor meno di comunicare tra loro. Il potenziale dannoso del sistema è noto. È aggravato dal fatto che il sistema si concentra sul proprio obiettivo – determinare la colpevolezza o l’innocenza e stabilire una sanzione – e non considera l’effetto del processo sui partecipanti.

La giustizia riparatrice, invece di levar loro di mano l’intera questione, offre alla vittima e al reo la possibilità di discuterne e di decidere come risolverla, attraverso la mediazione vittima/reo, o un ampliamento della stessa conosciuta come “conferencing”, in cui le vittime e i rei sono invitati ad includere le proprie famiglie allargate. (Nel presente documento, il termine “mediazione vittima/reo” sarà utilizzato come termine generale comprendente “conferencing”, che è simile ma con la presenza dei membri della famiglia allargata – come successivamente descritto -. Il termine “mediazione penale” non sarà utilizzato, perché la mediazione è vista come un processo riparatore e non punitivo).

Esistono almeno cinque modi di realizzare ciò, ed è troppo presto per dire che uno di essi sia “migliore” o “più riparatore” di altri; inoltre, dovrebbe esserci almeno una possibilità di scelta per i partecipanti.

Il primo livello, che dovrebbe essere usato in tutti i casi, è il contatto iniziale con la vittima e il reo, ascoltarli, spiegare il processo ed offrire loro l’opportunità di prenderne parte. In alcuni casi non sarà necessario andare oltre questo punto; il reo può mandare un messaggio alla vittima, che può accettarlo, e la vittima può non voler impegnare il tempo per un incontro.

Ciò può comportare che i mediatori facciano più di una visita avanti e indietro; questo è descritto come mediazione indiretta, o “shuttle diplomacy”. Le ricerche suggeriscono che non produce alti livelli di soddisfazione tra i partecipanti, ma essi hanno il diritto di sceglierla.

In terzo luogo, può verificarsi una mediazione diretta vittima/reo, con un incontro faccia a faccia.

Questo ha sortito molti esiti positivi; dipende, però, dall’abilità dei mediatori nel condurre l’incontro, e specialmente nell’utilizzo di tecniche appropriate per compensare qualsiasi squilibrio di potere tra le parti. A volte, entrambe le parti possono essere accompagnate da membri della famiglia o sostenitori, cosicché c’è una linea di divisione indefinita tra la mediazione vittima/reo e:

conferenze. Queste erano inizialmente usate in Nuova Zelanda con il nome conferenze di gruppo familiare. Basate sulla tradizionale prassi Maori, esse mettono insieme la famiglia allargata del reo e qualche altra persona significativa della sua vita, per elaborare le modalità in cui egli dovrebbe riparare e tenersi fuori dai guai. Anche la vittima è invitata ad intervenire e a portare un sostenitore. Questo processo suscita alcune preoccupazioni: il reo potrebbe sentirsi intimorito da una stanza piena di adulti, o la vittima da tutta la famiglia del reo? In una fase della procedura, al reo e alla sua famiglia è concesso il permesso di aver un “momento in privato” senza la presenza di operatori o della vittima; questo fa sentire la vittima esclusa?

Un’altra versione è conosciuta come conferenza della comunità; che può introdurre più sostenitori della vittima ed altri membri della comunità per i quali il reato ha avuto una certa attinenza. Questo solleva un dubbio diverso: se la famiglia del reo ha problemi legati solo indirettamente al reato, dovrebbero essere presenti degli estranei mentre i membri della famiglia stanno risolvendo i problemi?

Infine, ci sono i circoli sanzionatori penali (sentencing circles), sviluppati sulla base di una diversa tradizione indigena, nel Canada Settentrionale. In questo caso partecipano i membri importanti della comunità locale – per esempio un consulente per l’alcolismo, un rappresentante della camera di commercio, vicini di casa e amici – ma anche il giudice, il pubblico ministero e l’avvocato difensore. Questo significa che il circolo ha l’autorità di un tribunale, e il giudice mantiene i propri poteri di irrogare le sanzioni, incluse quelle penali, in aggiunta alle eventuali misure riparatrici o rieducative che possono essere raccomandate dal circolo. Anche questo può presentare degli svantaggi; per esempio, è necessario aver cura di assicurare che una sola famiglia o gruppo locale non domini il circolo. Raggruppare un più ampio numero di persone richiede tempo e, a volte, spese di viaggio, quindi questo metodo tende ad essere riservato a reati più gravi. Tuttavia, alcuni osservatori (p. es., Braithwaite e Strang 2000; Morris e Young 2000) stanno cercando di favorire le conferenze o i circoli rispetto alla mediazione uno ad uno perché è più probabile che se qualcuno tenta di dominare, qualcun altro gli terrà testa, e che un maggior numero di persone probabilmente può escogitare idee costruttive, e se necessario realizzarle – per esempio, il reo potrebbe andare a vivere con loro. Questo cosa significa in pratica? “Un quadro vale mille parole”, pertanto vi offrirò una descrizione vivida e accurata della giustizia riparatrice in azione.

Un ragazzo di 13 anni fu arrestato per atti di violenza: egli aveva sferrato un colpo di karate a “Mr. Robertson”, un disabile sofferente di problemi cardiaci. Il sig. Robertson conosceva “Dan”, il ragazzo in questione, che aveva molestato sua figlia, e messo in giro voci che la stessa aveva rapporti sessuali con il padre. Il sig. Robertson parlò al ragazzo di questo fatto, dicendogli che era pericoloso mettere in giro certe voci; alcuni giorni dopo, essi si incontrarono per strada, e Dan gli sferrò un calcio al torace.

Il sig. Robertson, Dan e la madre di Dan espressero la volontà di partecipare alla mediazione. Il mediatore spiegò che la madre di Dan era presente solo per la giovane età del figlio, e lo stesso Dan avrebbe dovuto fare il discorso. Dan affermò che stava solo riportando voci messe in giro da altri, e che lui e i suoi amici avevano sniffato colla; il sig. Robertson spiegò il trauma che sarebbe stato causato alla sua famiglia se i Servizi Sociali avessero dato seguito a una tale accusa. Dan ammise di non averci pensato; egli spiegò inoltre quanto fosse stato preoccupato per il sig. Robertson, visto che un nonno e uno zio dell’uomo erano morti d’infarto.

Il sig. Robertson disse che pensava che Dan fosse stato molto coraggioso a partecipare all’incontro e a parlare nel modo in cui aveva parlato; egli sembrava fondamentalmente un “tipo onesto” e avrebbe dovuto bussare alla sua porta la prossima volta che avrebbe avuto voglia di sniffare colla. Dan disse che aveva avuto paura dell’incontro, ma che era felice di essere andato fino in fondo; egli era sorpreso che il sig. Robertson fosse stato così comprensivo, e non arrabbiato.

Dan ricevette un ammonimento formale, e riferì che recentemente, quando gli fu chiesto di unirsi ad un incontro per sniffare la colla, disse ai suoi amici che aveva già preso accordi per recarsi altrove, ed era andato a far visita al sig. Robertson.

(riassunto da Marshall e Merry, 1990: 55-7)

Quindi, cosa unisce tutte queste diverse prassi? Quale pensiero le sottende? Sebbene la GR non sia una teoria sistematica, c’è accordo generale tra i fautori della GR relativamente al significato della stessa:

La giustizia riparatrice cerca di equilibrare gli interessi della vittima e della comunità con la necessità di reintegrare il reo nella società. Essa cerca di assistere il recupero della vittima e consentire a tutte le parti interessate al processo di giustizia di parteciparvi in modo fruttuoso. (RJC 1999)

Prima di proseguire analizziamo le parole. “Giustizia” proviene ovviamente dal latino ius, diritto, e non dovrebbe essere usata come sinonimo di pena (come è spesso implicito in frasi quali “egli dovrebbe essere assicurato alla giustizia”); in un contesto riparatore, l’enfasi è meno sulla lettera della legge, e più su una società pacifica, bene ordinata, contenuta “in nuce” nella parola ebraica shalom (Zehr 1995).

Restorative”, in inglese, significa riparare qualcosa che è stato danneggiato riportandolo alla sua condizione precedente. Il mio piccolo vocabolario non riporta “riparativo”, ma “riparazione di torto o offesa” può corrispondere al nostro reparation for a tort or offence, e “riparazione di danno” può corrispondere a compensation for harm. “Riparare” include l’idea di “rimediare offesa o gaffe” (to makeup for an offence or mistake), e quella di “aggiustare” (to repair or mend) e “proteggere” (to protect). “Aggiustarsi”, a sua volta, può significare “accordarsi” (to come to an agreement). Il vocabolo inglese torestore può significare anche “restituire” (to give back) o “ripristinare” (to receive an old custom orlaw). Una singola parola, come un seme, è già diventata un albero: tutte queste sono idee utili da tenere a mente nel momento in cui si pensa all’idea di giustizia riparatrice.

Considereremo otto rami dell’albero, aspetti della giustizia riparatrice, inclusi i partecipanti, il processo, le salvaguardie e, infine, l’uso dell’esperienza per ridurre la probabilità di un danno analogo in futuro.

Partecipanti

1. La giustizia riparatrice inizia aiutando la vittima, la persona danneggiata da un reato, a riprendersi.

2. Essa considera il reo responsabile del danno da lui causato, e gli permette di far qualcosa per aggiustarlo, e guadagnarsi la riaccoglienza nella società.

3.   La GR coinvolge anche la comunità nel processo e nelle conseguenze dello stesso.

Processo

4. Ai soggetti direttamente coinvolti nel processo sono conferiti pieni poteri perché devono stabilire l’esito, a patto che sia riparatore; spesso sia la vittima sia il reo hanno bisogno di assistenza.

5. Quando l’esito comprende la riparazione, essa può assumere varie forme, quali il risarcimento alla vittima, il lavoro per la comunità, o la cooperazione con un programma rieducativo.

Salvaguardie

6. I tribunali continuano a gestire casi che non sono adatti per mediazione o conferencing. Nel sistema ideale di giustizia riparatrice essi svolgeranno anche il ruolo di sovrintendere al processo.

7. Il processo riparatore, come qualsiasi altro processo, richiede standard per la prassi e l’amministrazione, e quindi per la formazione

Prevenzione

8. Infine, riduzione del crimine: le informazioni relative ai fattori che favoriscono il crimine emergeranno dalla mediazione e dalle conferenze; questo dovrebbe essere passato a quelle agenzie il cui lavoro può contribuire alla riduzione del crimine, per essere utilizzato nella elaborazione di strategie politiche.

Passiamo ora ad un’analisi dettagliata. In ogni caso una nota sui problemi relativi al processo di giustizia penale esistente sarà seguita da alcuni aspetti della giustizia riparatrice, e da commenti sulla “riparatività” di particolari prassi. La maggioranza degli esempi sono tratti dall’esperienza inglese; gli ascoltatori possono voler effettuare paragoni e confronti con l’attuale prassi e le future proposte in Italia.

Partecipanti

  1. La vittima

Nel processo di giustizia penale inglese le vittime non hanno una posizione speciale tranne che come testimoni, sebbene recentemente siano stati fatti passi per tenerle meglio informate e trattarle meglio quando giungono in tribunale. Anche in Italia esse erano spesso trattate come “una prova” anche se, come in altre giurisdizioni europee, esse possono avere il diritto di sedere in tribunale come parte civile e chiedere la riparazione (Baldry et al. 1998:377).

Le persone le cui vite sono state sconvolte da un crimine hanno varie esigenze, delle quali il sistema di giustizia penale convenzionale sta solamente ora iniziando ad occuparsi: informazioni circa il processo, riconoscimento del danno che esse hanno subito, azioni per mettere a posto le cose il più possibile, ed un processo per realizzare ciò che non provochi loro maggior dolore.

La giustizia riparatrice inizia aiutando la vittima, che è stata danneggiata da un crimine, a riprendersi.

A volte si usa il termine “sanare”, o “mettere a posto le cose”. In alcuni casi, chiaramente, una completa riparazione non è possibile: quando è stato rubato qualcosa di grande valore sentimentale, o quando è stato causato un danno fisico permanente. Questo documento tratterà principalmente di singole vittime ed autori di reato; ma possono esserci anche vittime collettive, “persone giuridiche”, per esempio negozi e banche. Se viene svaligiata una banca, essa è a volte definita la “vittima”, ma la vera vittima è il membro del personale che ha affrontato il ladro. Possono esserci anche delinquenti collettivi, per esempio grandi compagnie che provocano inquinamento o trascurano la salute e la sicurezza dei propri dipendenti. Stabilire se la loro condotta è criminale dipende dalla legislazione del paese in questione; comunque, anche in caso affermativo, il diritto penale potrebbe non essere il modo migliore per assicurare la riparazione per la parte lesa e i familiari della stessa, e il miglioramento del comportamento futuro della compagnia (Braithwaite 1989).

Una parte essenziale del concetto riparatore è che deve essere di aiuto alla vittima; non è semplicemente un modo nuovo di occuparsi dei rei. Questo significa che la giustizia riparatrice non dovrebbe essere limitata ai giovani delinquenti, perché se c’è un beneficio per la vittima, esso non dovrebbe dipendere dalla data di nascita del delinquente. Potrebbero, comunque, esserci motivi pratici e politici per introdurre la giustizia riparatrice per i minori come un primo passo. Per quanto riguarda il rapporto tra vittime e delinquenti, esistono tre possibilità: il reo non viene scoperto, la vittima e il reo si conoscono, ovvero il reato è commesso da uno sconosciuto.

In primo luogo, un aspetto centrale dell’idea riparatrice è di consentire alla vittima e al reo di comunicare, come vedremo, ma nella maggioranza dei casi questo è impossibile in quanto il reo non viene scoperto; in tal caso, dovrebbe esserci un supporto da parte dei membri della comunità, e un aiuto professionale se necessario. Un’altra possibilità è di prevedere la formazione di gruppi in cui le vittime possono incontrare altri delinquenti che hanno commesso reati simili nei confronti di altre vittime, in modo tale da poter ottenere risposta ad almeno alcune delle loro domande.

In secondo luogo, comunque, in molti dei reati più gravi, specialmente la violenza, il tasso di soluzione è fortunatamente più alto, anche perché molte vittime e delinquenti si conoscevano in precedenza. La mediazione, quindi, offre la possibilità di risolvere la disputa e mantenere il rapporto, se questo è quanto vogliono le parti. In effetti, se esiste un servizio di mediazione nel luogo, il caso potrebbe essere portato lì invece che nei tribunali e alla polizia. In base a una teoria, tutto ciò che potrebbe essere classificato come illecito penale, dovrebbe essere trattato per tale; ma tutti sanno che se lo fosse, l’intero sistema crollerebbe.

In terzo luogo, nel caso di un reato scoperto compiuto da un estraneo, la giustizia riparatrice offre la possibilità alla vittima e al reo di incontrarsi. Ma non realizzerà la propria potenzialità riparatrice se non sarà eseguita bene. Prendiamo tre esempi: il punto focale generale del sistema, la persona che contatta le vittime, e il modo in cui esse sono contattate.

Un problema in Inghilterra, ai sensi della Legge su Crimine e Disordine del 1998, è che l’obiettivo primario dichiarato non consiste nel recupero della vittima ma nella prevenzione di reati ripetuti; in altre parole, è focalizzato sull’autore di reato. Inoltre, il governo ha promesso che dimezzerà il tempo necessario a condurre in tribunale i giovani delinquenti recidivi; il risultato è stato che molte vittime sono state contattate in modo affrettato o non sono state contattate affatto, poiché i tempi sono dettati dai programmi del tribunale e non dal fatto che la vittima si sia sufficientemente ristabilita per prendere in considerazione la mediazione.

I dettagli procedurali possono essere importanti; per esempio, chi stabilisce il contatto? La prima agenzia ufficiale per contattare la vittima è solitamente la polizia; ma in Inghilterra esiste una legge sulla Protezione Dati, finalizzata a proteggere la privacy, e ciò è stato interpretato a significare che la polizia non deve passare il nome e l’indirizzo della vittima ad altre agenzie, senza l’espresso consenso della vittima. È quindi un membro di polizia che deve chiedere alla vittima se desidera sapere di più sulla mediazione. In alcuni luoghi i membri di polizia sono stati addestrati a spiegare, o preferibilmente a dire che un mediatore sarebbe la persona migliore per farlo, e sono stati riferiti tassi di accettazione della vittima fino all’87%; ma in altri luoghi l’accettazione è stata bassissima, il che suggerisce che è necessario un modo migliore per stabilire il contatto.

Quanto è spiegato bene il processo? La spiegazione dovrebbe essere basata sull’analisi di ciò che desidera la vittima, non di ciò che il mediatore ritiene che la vittima voglia; e dovrebbe evitare di alzare le aspettative. Due motivi comuni per desiderare di voler far parte della mediazione sono: a beneficio delle vittime, per consentire loro di fare domande, di dire al delinquente cosa provano, e così via; e a beneficio del reo, quando la vittima come cittadino responsabile vuole concedere del tempo nella speranza di aiutare a cambiare gli atteggiamenti del reo e di trovare modi migliori di realizzare le sue potenzialità nella vita (che andranno anche a beneficio della comunità). In ogni caso la vittima non dovrebbe essere incoraggiata a sperare in troppo, e dovrebbe comprendere per esempio che il delinquente potrebbe addirittura non presentare le proprie scuse in modo soddisfacente: è peggio avere speranze disattese che non averne affatto e, a volte, rivittimizzano la vittima.

Un’idea basilare è che il reato abbia portato via una parte di autodeterminazione della vittima. Il processo di giustizia penale non aiuta perché ignora le vittime, o le usa come strumento per garantire una condanna. La giustizia riparatrice dovrebbe aiutarle a riacquistare la propria autonomia. Questo dipende, comunque, dal modo in cui è applicata. In Inghilterra, ai sensi della Legge su Disordine e Crimine del 1988 il tribunale può emettere un ordine di riparazione, che può includere il risarcimento, e anche la mediazione vittima/delinquente; ma la mediazione non è vista come separata dal processo di accordo sulla riparazione. È vero che la vittima deve essere consultata in quanto alla sua volontà relativamente alla riparazione, ma questo avviene in una fase precedente all’opportunità di incontro tra la vittima e il reo, e quindi non restituisce loro il potere di decidere ciò che vogliono. Ogni paese che tiene conto della legislazione farebbe bene a consultarsi attentamente con chi ha studiato o praticato la giustizia riparatrice, per evitare tale tipo di errore.

  1. Il delinquente

Per quanto riguarda il reo, nel processo convenzionale, in Inghilterra almeno, l’accusato può dover soltanto confermare il suo nome e il suo indirizzo e dichiararsi o meno colpevole; tutto il resto è detto a suo nome dal suo avvocato. Gli avvocati difensori normalmente ritengono che un loro compito sia quello di ridurre al minimo la pena del proprio cliente. Questo può essere fatto assicurando l’assoluzione, se necessario sfruttando le salvaguardie procedurali contro le pene illecite; o, se la condanna non può essere evitata, sminuendo il crimine e la colpevolezza del delinquente. Ciò è inutile per la vittima, la cui necessità è di sentire che la gravità del reato è riconosciuta; e concentra i pensieri del reo sul danno che la pena gli recherà, non sul danno che egli ha arrecato alla vittima.

Se c’è un’espressione di scusa, anch’essa è presentata dall’avvocato, e si pone nel contesto della richiesta di riduzione della pena, sminuendo la credibilità. In Inghilterra, la Legge su Crimine e Disordine del 1998 è insufficiente, perché al reo viene ordinato di riparare, senza alcuna opportunità di farlo prima volontariamente, ancor meno di discutere con la vittima la forma che dovrebbe assumere la riparazione. La sequenza di eventi non incoraggia il processo riparatore: un funzionario chiede alla vittima circa la riparazione prima che sia offerta l’opportunità di una mediazione vittima/reo.

La giustizia riparatrice, al contrario, considera il reo responsabile del danno da lui causato. Essere “responsabile”, in inglese così come in italiano, significa sia essere responsabile (to be responsible), sia dover rispondere o rendere conto (to have to respond or give an account). Che effetto ha sul reo la giustizia riparatrice? È un paradosso: da alcuni punti di vista essa potrebbe essere vista come “più mite” della pena, ma affrontare la vittima può essere molto più duro. Il punto non è “mitezza” e “severità”: la giustizia riparatrice offre maggiore comprensione. La legge afferma il fatto che il reato è proibito; la giustizia riparatrice mostra come e perché danneggiare un’altra persona è sbagliato. L’atto è condannato, ma l’attore non è umiliato, in modo tale che la sua auto-stima non sia ulteriormente danneggiata e il suo reinserimento nella società sia meno difficile. In una simile atmosfera è più probabile che egli si assumerà la responsabilità della sua azione, mentre la minaccia della punizione lo incoraggia a cercare di sottrarsi alla propria responsabilità sfruttando le salvaguardie procedurali che sono state introdotte per proteggere l’accusato contro una condanna ingiusta. In alcuni luoghi i metodi seguiti sotto il nome di giustizia riparatrice contengono forti elementi di pena che sono stati descritti come giustizia riparatrice “autoritaria” piuttosto che “democratica” (Wright 2000), ed essi probabilmente conducono allo stesso effetto dannoso della pena.

  1. Coinvolgere la comunità

Visto che la giustizia riparatrice mira a risanare la comunità e gli individui direttamente implicati in un crimine, spesso è descritta come comunitaria, e può coinvolgere membri della comunità a tutti i livelli: individui, quali datori di lavoro e persone locatrici, incluse le “persone giuridiche”; “le comunità affettive” di vittime e rei, le loro famiglie, i loro amici ed altri la cui opinione è per loro importante; le persone che vivono nel posto; e le Organizzazioni Non Governative. Tutti possono offrire aiuto e supporto in vari modi, sia alle vittime, sia ai rei. In un altro senso “comunità” significa governo locale e nazionale, al quale gli individui pagano le tasse per pagare (tra l’altro) la fornitura di servizi.

Nell’ambito della giustizia riparatrice, il coinvolgimento della comunità può essere predisposto a livello organizzativo: piuttosto che tenere l’intero processo nelle mani delle agenzie statutarie, l’organizzazione di mediazione e conferencing può essere affidata ad organizzazioni volontarie (ONG). In secondo luogo, gli individui possono essere addestrati a fare i mediatori, o come volontari, o come lo stesso tipo di persone “comuni” che diventano volontari, ma viene loro pagato un compenso per ogni caso preso in carico. Un’altra possibilità è che un professionista e un volontario lavorino insieme. In alcuni paesi, tra i quali il Regno Unito, il compito di contattare le vittime per offrire supporto è in gran parte svolto da volontari.

Infine, la comunità a tutti i livelli svolge un ruolo importante sia rendendo possibile che il delinquente ripari, sia attraverso gli sforzi degli individui (datori di lavoro, persone locatrici) nell’offerta di lavoro e di alloggio; associazioni e gruppi religiosi nell’offerta di supporto alla persona nonostante il suo passato; le ONG e le agenzie statutarie per iniziative quali l’offerta di servizi per il reinserimento come le Alternative ai Progetti di Violenza, i programmi di trattamento per i tossicodipendenti, e le opportunità di lavoro riparatore con gli individui, quali l’accompagnare nei negozi i disabili nelle loro sedie a rotelle, insegnare ai bambini disabili a cavalcare.

Il sistema di giustizia penale non si basa prevalentemente sui volontari. In Inghilterra, la più grande categoria di volontari è formata dai magistrati che presiedono le preture. In alcuni paesi, quali la Polonia, esistono probation officer volontari; e in tutto il mondo molti sforzi umanitari volontari, che potrebbero essere meglio utilizzati, sono rivolti a mitigare gli effetti dannosi delle misure penali imposte dallo stato stesso, mediante organizzazioni per l’assistenza ai detenuti, agli ex detenuti e alle loro famiglie.

Anche se il lavoro della comunità è attraente, deve chiaramente esserci un coinvolgimento delle agenzie statutarie, e vale la pena guardare l’esperimento della Legge su Crimine e Disordine del 1998, che ha creato le “Youth Offending Teams”, mettendo insieme le agenzie di autorità locali; non solo quelle come Polizia e Probation che hanno qualche esperienza del lavoro in comune, ma anche Istruzione e Sanità, che sono relative al “bullismo” (che a volte equivale ad aggressione o rapina) e alla tossicodipendenza e alla salute mentale. Non è stato del tutto facile costruire queste nuove squadre (Holdaway et al. 2001), ma generalmente si ritiene che siano state una sana innovazione.

Quelli che credono nel massimo coinvolgimento della comunità raccomanderebbero che dovrebbe essere fatto il più possibile dalle ONG, e le ONG stesse dovrebbero utilizzare volontari addestrati come parte del processo di composizione e di conferimento di poteri alla comunità.

Processo

  1. Conferire potere alle parti

La giustizia penale, come abbiamo visto, toglie il controllo alle parti che sono direttamente interessate. Essa stabilisce che ci siano certi risultati (condanna o assoluzione, sentenza); il processo per raggiungerli è molto formale, e tiene conto della propria correttezza, non dell’effetto sulle parti. La giustizia riparatrice invita le parti a trattare la questione esse stesse, e nel caso in cui non vogliono, o non possono, accordarsi, il tribunale, a nome dello stato, come vedremo, resta disponibile. Riconosce, inoltre, che il processo ha valore di per sé, e può avere effetto sulle parti anche se non è raggiunto un accordo tangibile. Può far questo in due modi: tramite la trasformazione, rafforzando la capacità di ogni individuo di trattare la propria situazione, e il riconoscimento dell’altro, sviluppando l’empatia di ogni individuo (Bush and Folger 1994). Entrambi sono stati mostrati nella storia del caso riassunta in precedenza.

Ma se il potere è stato naturalmente consegnato alle parti , abbiamo “noi” (lo stato) il diritto di dire quale dovrebbe essere il risultato? Se lo facciamo, riprendiamo immediatamente una parte del potere che abbiamo conferito loro. La riconciliazione, o un accordo sulla riparazione, può sembrare auspicabile per noi, ma è quello che vogliono le parti stesse? Un presupposto della giustizia riparatrice è che, diversamente dal sistema di giustizia penale, essa riconosce il valore del processo e anche il risultato. Quindi si ritiene che una discussione che non riesce a far raggiungere un accordo, ma porta le parti a comprendersi meglio, è più soddisfacente di una discussione in cui i mediatori spingono le parti ad un accordo che esse non accettano completamente. Si verificano casi in cui una vittima accetta l’accordo in base al quale il delinquente non risarcisce il valore di un articolo rubato ma offre, per esempio, un regalo in segno di scuse, o svolge del lavoro per un’organizzazione caritatevole quale la Croce Rossa, o coopera con il programma rieducativo che gli permetterà di star lontano dai guai.

Questo pone delle domande, che non possono essere trattate qui in dettaglio, ma saranno brevemente indicate alcune risposte come base per ulteriori discussioni:

  • Le vittime dovrebbero essere in grado di richiedere la pena come parte dell’accordo? – No, perché non hanno né l’autorità, né la formazione per farlo, e la pena è dannosa, non riparatrice.

  • Dovrebbero poter esigere la privazione della libertà, non come pena ma per la protezione del cittadino contro il rischio concreto che il delinquente commetta altri reati? – No, per lo stesso motivo. Visto che non è una punizione (definita come irrogazione di una pena finalizzata a sé stessa), non è “non riparatrice”, ma ogni decisione simile dovrebbe essere presa dal tribunale.

  • Se il delinquente sembra aver bisogno di trattamento o formazione, e questo non è incluso nell’accordo, il tribunale dovrebbe imporlo? – Questo è da tempo parte del dibattito sulla rieducazione. C’è motivo di dire che è giustificato (a) ammesso che non sia sproporzionato alla gravità del reato (che è d’altra parte una valutazione discrezionale), e (b) in casi quali la tossicodipendenza, in cui l’individuo non ha il controllo totale delle proprie azioni. In Inghilterra i nuovi Drug Testing and Treatment Orders operano in base a questo principio. La giustizia riparatrice non ristabilisce solo la vittima: spesso anche il delinquente ha bisogno di supporto.

  1. Riparazione

Nella legislazione inglese, gli ordini di risarcimento (pagamenti pecuniari) e gli ordini di riparazione (lavoro per le vittime o per la comunità) sono quasi visti come una pena, perché sono ordinati dai tribunali, e infatti il precedente “ordine di lavoro per la comunità” (community serviceorder)è stato rinominato, dal 1 aprile 2001, “ordine di punizione nella comunità” (communitypunishment order) – un chiaro cambiamento di rotta dagli ideali riparatori. Si potrebbe sostenere che la prassi è diventata punitiva, e che l’attribuire un nuovo nome ha semplicemente ridotto il livello di ipocrisia; ma al contrario, abbandonare il nome più idealistico rende più difficile, in futuro, tornare all’idealismo del concetto originale. La durata di un ordine di riparazione deve essere commisurata alla gravità del reato piuttosto che ad un accordo tra la vittima e il delinquente. Ma se è accettato che ai partecipanti dovrebbe essere data carte blanche, nei limiti, per utilizzare la comunicazione nel modo che ritengono più opportuno, non possiamo più presumere che ci sarà un esito tangibile denominato “riparazione”. La partecipazione del delinquente al processo può essere essa stessa la riparazione. Ma se viene concordata la riparazione, per completare il processo, essa può assumere varie forme. Può essere fatta direttamente alla vittima: le scuse, il risarcimento in denaro, un regalo, o alcune ore di lavoro (quest’ultimo è più probabile nel caso di una vittima globale – “persona giuridica”). Alcune vittime non vogliono nulla per sé stesse ma preferiscono il lavoro svolto per la comunità; in Germania, il pagamento di una somma di denaro per una causa caritatevole è una possibilità. Infine, molte vittime vogliono sentire che un delinquente è sincero quando dice che intende star lontano dai guai, e saranno riassicurate se egli prenderà parte ad un programma rieducativo adatto.

Una volta ancora, il modo in cui questo è realizzato può fare la differenza su quanto è riparatore. È meno riparatore se viene posta l’enfasi su quanto è difficile per il delinquente trovarsi faccia a faccia con la vittima, sulla somma di denaro pagato o il numero di ore di lavoro svolto; lo è di più se c’è dialogo e negoziazione. Se il lavoro non è qualificato, non implica contatti con i beneficiari dello stesso, e specialmente se è svolto in un luogo pubblico, non è semplicemente meno riparatore ma si avvicina all’essere una punizione travestita da riparazione.

Il principio informatore della legislazione inglese raccomanda che il lavoro dovrebbe essere, se possibile, collegato al reato; c’è un motivo per questo, ma bisognerebbe tenere a mente che il lavoro sgradevole di per sé non trova posto nella giustizia riparatrice: la considerazione più importante è che molti delinquenti non hanno autostima, e l’obiettivo prioritario dovrebbe essere quello di fare in modo che essi completino un compito in modo soddisfacente e che sappiano che i beneficiari hanno apprezzato il loro contributo.

Salvaguardie

  1. Tribunali

Il processo riparatore dovrebbe, tuttavia, salvaguardare i diritti del delinquente quanto il processo convenzionale. La mediazione non dovrebbe aver luogo a meno che il delinquente non ammetta i fatti presunti; se li nega, gli stessi dovrebbero essere provati in tribunale. Non è necessario, comunque, che egli ammetta la colpevolezza legale, in modo tale che se il processo di mediazione non può continuare o non ha successo per qualche motivo, egli mantiene il diritto di optare per un processo in tribunale in ogni momento e di dichiararsi Non Colpevole. Un’ulteriore salvaguardia è richiesta a causa del coinvolgimento della vittima, o piuttosto il suo diritto di scegliere se essere coinvolta oppure no. Supponiamo che un delinquente ammetta l’atto e voglia fare ammenda, ma la vittima non voglia partecipare; il delinquente dovrebbe comunque poter riparare attraverso qualche forma di servizio per la comunità. Questo, come vedremo, pone anche l’obbligo alla comunità di fornire lavoro adatto.

Tutti i delinquenti hanno diritti, e la giustizia riparatrice mira a far loro affrontare le proprie responsabilità; inoltre, molti hanno anche dei bisogni, che devono essere considerati se il reo dovrà essere reinserito nella comunità. La giustizia riparatrice non mira direttamente a impedire all’individuo di commettere altri crimini; cerca di ottenere questo persuadendo e permettendo piuttosto che minacciando una punizione. In base alla giustizia riparatrice la comunità si offre di andare incontro alle necessità del delinquente, e gli chiede di cooperare come parte della riparazione, poiché le sue necessità non giustificano il fatto che egli abbia causato danno ad un’altra persona. Questo sarà affrontato più avanti. I tribunali sono stati spesso criticati per le loro regole, la loro formalità ed altre caratteristiche; ma hanno un ruolo necessario. Il presente documento ha enfatizzato il ruolo degli individui e delle organizzazioni volontarie nel trasmettere la giustizia riparatrice; ma i tribunali avrebbero due funzioni principali. In primo luogo, continuerebbero a trattare casi che non sono adatti per mediazione o conferencing. Essi possono includere i casi in cui l’accusato nega ogni coinvolgimento, o se una parte ha esercitato il proprio diritto di lasciare il procedimento; e quelli in cui deve essere irrogata la pena aggiuntiva di restrizione della libertà per la tutela pubblica. Per quanto possibile queste sentenze sarebbero riparatrici; vale a dire, le persone sottoposte a restrizione o privazione della libertà sarebbero in grado di riparare come descritto precedentemente (sezione 5). In secondo luogo, i tribunali avrebbero una nuova funzione: sorvegliare il processo per assicurare che metta in pratica i principi riparatori, come avviene in Nuova Zelanda.

Anche gli avvocati avrebbero un ruolo diverso. C’è una certa preoccupazione che i loro metodi accusatori potrebbero minare il processo di mediazione, ed è stato quindi proposto che ne siano tenuti fuori. Ma in Nuova Zelanda il posto di avvocato dei minori è stato reso attraente per i legali, e gli aspiranti sono interrogati a fondo per assicurarsi che capiscano che il loro lavoro consiste nell’assicurare che il processo riparatore sia svolto bene, oltre che nella salvaguardia dei diritti degli imputati. (Zehr 2001b).

C’è speranza che il processo riparatore possa essere sufficientemente convincente per influenzare i tribunali in direzione riparatrice (Wright 2000: 26), e per creare pressioni affinché sia esteso dai minori agli adulti. L’esperienza di Nuova Zelanda e Austria ha mostrato che questo è possibile, ma il governo di quel paese è stato attivo nel promuovere l’idea, per esempio producendo video, e secondo David Carrithers, Giudice Capo del Tribunale Minorile di Nuova Zelanda, tale promozione continua è ancora necessaria perfino dopo 10 anni (Carruthers 2001).

La giustizia riparatrice può essere introdotta nelle varie fasi del processo di giustizia penale, e in molti casi, prima è offerta meglio è per vittime e delinquenti (per non parlare del risparmio di tempo del tribunale); la deviazione precoce, tuttavia, tende ad essere limitata ai casi meno gravi. In Inghilterra la polizia ha il potere discrezionale di imporre l’ammonizione o la diffida finale ad un giovane reo in alcuni casi. I procuratori hanno il potere di abbandonare un caso quando ritengono che procedere “non sia nell’interesse pubblico”, ma questo è poco utilizzato attualmente; nell’Europa continentale, d’altra parte, i procuratori sono la fonte principale di rinvio alla mediazione vittima/delinquente. In Italia, il processo di un minore può essere sospeso, con l’affidamento, per permettere al giovane di svolgere lavoro volontario o altre attività socialmente utili, o la mediazione vittima/delinquente (art. 28, DPR 448/89, citato da Baldry et al. 1998: 377-8). In Italia, il principio di legalità (procedimento obbligatorio) può rendere difficile che il caso sia deviato dal sistema in questo modo prima di raggiungere il tribunale. I procuratori, tuttavia, possono assumere informazioni durante le indagini, e a Torino c’è un servizio di mediazione al quale possono inviare il caso per una valutazione. Se l’esito è positivo, il giudice archivia il caso, con il vantaggio che il delinquente ha dovuto affrontare le conseguenze del suo atto, e la vittima ha avuto l’opportunità di esprimere i propri sentimenti e di ricevere risposte alle proprie domande (Baldry et al. 1998: 379-80). Alcuni paesi europei hanno modificato la propria legislazione per facilitare la giustizia riparatrice, in particolare modificando il principio di legalità (Trujillo); questo rappresenta uno sviluppo incoraggiante, ma bisogna stare attenti ad evitare di creare difficoltà. La Legge inglese su Disordine e Crimine è già stata menzionata; un altro esempio è la Polonia, dove i mediatori sono responsabili non verso il servizio di mediazione ma verso il giudice, e il Comitato per l’Introduzione della Mediazione ha dovuto fare una campagna per persuadere i giudici a nominare solamente mediatori addestrati.

  1. Certezza di qualità

Non è stato rilevato che i tribunali incoraggino monitoraggio e ricerca, ad eccezione di fattori superficiali quali il volume dei casi; e infatti i loro molteplici scopi rendono assolutamente impossibile valutare il loro lavoro, o dire se un particolare giudice sia un buon irrogatore della pena (Wright 1999). Per quanto riguarda la mediazione, come abbiamo visto, essa dipende dal processo e quindi il processo dovrebbe essere riconosciuto come fine principale. Il monitoraggio e la valutazione compiuti di routine, uniti alla ricerca periodica approfondita dovrebbe aiutare a stabilire quali sono le buone prassi; queste dovrebbero essere poi incorporate in standard e formazione relativamente a questioni di prassi quali la riservatezza e la condotta della sessione di mediazione, e a questioni amministrative quali il procedimento di reclamo per i partecipanti e la politica delle pari opportunità. Dovrebbe anche esserci una procedura per rivisitarle alla luce dell’esperienza e di nuove situazioni emergenti. Nel Regno Unito gli standard sono tratti da “Mediation UK” (1998) e da “Restorative Justice Consortium” (1998), ed altri paesi hanno fatto o faranno la stessa cosa: il Consiglio d’Europa (1999) e le Nazioni Unite (2000) hanno compilato principi più generali. Essi costituiranno un’utile base, anche se bisogna fare attenzione, specialmente nei documenti internazionali dove può essere difficile raggiungere un testo concordato, a garantire che formulazioni non-proprio-perfette diventino “pietrificate”; dovrebbero anche essere abbastanza generali da permettere flessibilità, o dovrebbe esserci una procedura per revisionarle.

È semplice criticare il processo di giustizia penale esistente; ma la giustizia riparatrice, come ogni altra cosa, può essere fatta bene o male. Il primo requisito è chiarire e dare priorità a scopi ed obiettivi del servizio. Un modo controverso di assicurarsi che siano seguiti è fornire ai mediatori una scaletta, dando l’esatta formulazione di ogni domanda da porre, ma molti professionisti sono riluttanti ad utilizzare questo metodo. Se lo scopo consiste nel consentire ai partecipanti di riacquistare il controllo, non sembra questo il modo di farlo.

Non c’è dubbio che ci si imbatte in una prassi scadente: screening dei casi inadeguato rispetto alla necessità di garantire la sicurezza psico-fisica dei partecipanti, rivelando informazioni sulla vittima al delinquente, mancato impiego di tecniche per equilibrare le parti, o incapacità di offrire shuttle mediation (“mediazione-navetta”) nel caso in cui la vittima non ha potuto affrontare la mediazione diretta, o di assicurarsi che le parti siano consapevoli delle alternative alla mediazione (Landau e Landau 2000, scritto nel contesto della violenza familiare, ma applicabile ad altri tipi di reato).

L’autore e medico americano Mark Umbreit (1998) ha descritto alcuni modi in cui la prassi può essere più o meno riparatrice. È più riparatrice se sia la vittima, sia il delinquente, hanno almeno un incontro preliminare per spiegare loro il processo e permettere loro di decidere se prendervi parte, e se alla vittima è permesso di scegliere dove e quando avrà luogo la sessione di mediazione. Il modo in cui i mediatori conducono l’incontro dovrebbe essere non direttivo, ed essi dovrebbero tollerare sia l’espressione di emozioni, sia i periodi di silenzio. Una sessione che dà dovuto spazio al processo curativo probabilmente durerà almeno un’ora; se sono presenti molte persone, per esempio in un circolo sanzionatorio, la durata tipica sarà dalle quattro alle sette ore, con una pausa per il pranzo. Quando si verifica il contrario (brevi incontri, spingere i partecipanti ad un rapido accordo, e così via), ciò avrà sulla vittima e sul delinquente meno effetto riparatore.

Prevenzione

     8.   Riduzione del crimine

Come abbiamo visto, nella giustizia penale convenzionale, il punto focale è la ricostruzione dei fatti: non è incoraggiata la discussione del contesto, perché potrebbe incriminare l’accusato, o perché non è ritenuta rilevante. Al contrario, in una mediazione o conferenza emergeranno informazioni relative ai fattori che spingono al crimine; questo dovrebbe essere passato alla riduzione strategica del crimine per l’uso nella formulazione della politica. Può sembrare, per esempio, che un’area specifica abbia bisogno di maggiori strutture ricreative per i giovani, o di maggiori informazioni circa i pericoli della droga, o semplicemente di maggiore impiego e migliori alloggi. Il coinvolgimento di volontari aiuterà a diffondere la comprensione di questi problemi nell’ambito della comunità. I volontari, tuttavia, dovrebbero rappresentare una sezione di raccordo della comunità, o piuttosto delle comunità esistenti in molti paesi; se le ONG e i propri volontari, per esempio, sono costituite prevalentemente da ceti sociali colti e a reddito medio-alto, esse possono non tenere conto dei segni di necessità di cambiamento della società. La giustizia riparatrice non deve essere relegata al processo di giustizia penale. Come sempre, ci sono vantaggi nell’iniziare con i giovani. È stato mostrato che la mediazione effettuata dai bambini, per i bambini ( conosciuta come “mediazione tra pari”) funziona in due modi. In primo luogo, può essere efficace nel contrastare il bullismo (una parola che può essere usata per descrivere atti quali il furto e l’aggressione); in secondo luogo, può insegnare ai bambini come disciplinare sé stessi, in modo tale che gli insegnanti abbiano meno necessità di imporre loro la disciplina. Uno studio pilota a Roma ha rilevato che il 44% dei bambini che avevano subito atti di bullismo riferirono di non averne parlato ai propri insegnanti, ma il 56% ne aveva parlato ai propri amici, a dimostrazione della fiducia che essi ripongono nei pari (Baldry 1997: 163). La prevenzione del crimine è strettamente collegata alla politica sociale; e attirando l’attenzione sulle carenze della struttura sociale, la giustizia riparatrice può aiutare a pianificare e creare una società più giusta e piacevole per tutti.

Conclusione

Ciò che abbiamo visto è l’evoluzione di un’idea. Inizialmente l’idea riesumata dal passato era la riparazione nei confronti della vittima. Poi fu vista l’importanza di coinvolgere la vittima e il delinquente nel processo di decisione della riparazione, e fu riconosciuto il fatto che il processo stesso ha potere trasformativo per diritto. Un ulteriore fattore è il coinvolgimento della comunità, a vari livelli, dagli individui che possono facilitare il processo di mediazione e fornire supporto alle vittime di cui non si conoscono gli autori di reato o che per qualche ragione non possono o non vogliono prendere parte alla mediazione, alle ONG, governi locali e nazionali che possono creare le condizioni che permettono ai delinquenti di riparare. Infine, la giustizia riparatrice chiude un cerchio favorevole: gli individui aumentano la comprensione reciproca, e la comunità apprende le origini del comportamento dannoso, in modo tale da intraprendere azioni tese a porre rimedio. La trasformazione del mondo inizia dalla trasformazione di noi stessi.

Sono grato a Margarita Zernova per il commento alle precedenti bozze; ma l’autore deve ammettere la propria responsabilità.

Bibliografia

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Traduzione:
Alessandra Bernardon